Liberamente ispirato a “La morte della pizia” di Dürrenmat, Profezìa si serve dei miti del ciclo tebano per dare voce a una visione dell’esistenza tipica dell’uomo contemporaneo: in assenza di una verità oggettiva è impossibile trovare una spiegazione razionale alla realtà.
La pizia, la sacerdotessa di Apollo, ormai prossima alla morte, è presa dal rimorso. Coi suoi oracoli, pure creazioni di fantasia sollecitate dal venale sacerdote del tempio, ha scatenato a Tebe avvenimenti terribili. Nell’arco di una notte, la sua coscienza turbata evoca dall’ombra i protagonisti di quei drammatici eventi: Edipo, Giocasta, Merope, Laio, Meceneo e, infine, l’indovino Tiresia e l’implacabile Sfinge, ciascuno col suo doloroso fardello di ricordi, ciascuno con una visione diversa dei fatti. Attraverso i racconti delle ombre ciò che sembrava essere certo si rivela di volta in volta falso e privo di sostanza; il punto di vista oscilla da un personaggio all’altro, le varianti della storia e persino i legami di sangue mutano vorticosamente, benché la sostanza della profezia resti invariata.
Rivelazioni sempre più sconvolgenti, anche nella loro prosaicità, si sostituiscono l’una all’altra fino a quando, a una pizia morente e sempre più spaesata, l’indovino Tiresia rivela l’unica conclusione possibile: “la verità esiste in quanto tale solo se non la si tormenta”; la vita degli uomini è dominata soltanto dal caso.

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